Creo gioielli a partire da vecchie ceramiche rotte, inutili, disperse nel tempo e nello spazio. Frammenti dimenticati che sembrano non servire più a nulla.
Eppure esiste un luogo, il mio laboratorio, in cui questi cocci diventano necessari.
Un giorno Elena arriva con un piatto. Lo tiene tra le mani come si tiene una storia fragile, il dettaglio di una mongolfiera verde che desidera libertà come tema decorativo. Mi dice: «Ho bisogno di sorellanza, oppure, come dicevamo da bambine, giocando: camera, sorella, danza”.
Ha bisogno della leggerezza di allora, delle piume d’oca che saltavano nell’aria quando rimbalzavano sul letto, di quelle nuvole improvvisate che facevano sembrare la stanza un rifugio segreto. Ha bisogno dei nascondigli, dei segreti sussurrati, delle risate trattenute per non farsi scoprire.
La vita le ha allontanate per sempre. In quei voli infantili non torneranno più. Ma da questo piatto, il loro ultimo gingillo, posso creare qualcosa. Lo rompo con rispetto e ascolto i frammenti. Da ciò che era intero e non lo è più, nasce un ciondolo che vola, lieve.
Grazie, Elena. Un ciondolo per te, per noi, che abbiamo ancora bisogno di una danza, di una sorella che non vedremo più, ma che può continuare a librarsi, piano, vicino al cuore.




